Il Reato

 

Il reato

  • Il reato (definizione)
  • Gli elementi del reato
  • Il dolo
  • La colpa
  • La preterintenzione
  • Cause di esclusione del reato (scriminanti)
  • Cause soggettive di esclusione del reato
  • Reato consumato e reato tentato
  • Circostanze del reato attenuanti e aggravanti
  • Concorso di persone nel reato
  • Concorso di reati
  • Reato continuato
  • Reato putativo e reato impossibile
  • Reato permanente
  • Reato abituale
  • Reato aberrante

 

DEFINIZIONE DEL REATO
Si definisce reato quel comportamento umano volontario, che si concretizza in un’azione o omissione tesa a ledere un bene tutelato giuridicamente e a cui l’Ordinamento giuridico fa discendere l’irrogazione di una pena (sanzione penale).
L’art. 27 della Costituzione stabilisce che “la responsabilità penale è personale”. L’Ordinamento quindi tutela il principio della personalità della responsabilità penale per cui, la natura strettamente personale del reato, implica che nessuno può essere considerato responsabile per un fatto compiuto da altre persone.
Da tale principio consegue che tutte le persone fisiche possono essere considerate soggetti attivi del reato (l’età, le situazioni di anormalità psico-fisica e le immunità non escludono la sussistenza del reato ma incidono solo ed esclusivamente sull’applicabilità o meno della sanzione penale) e quindi assoggettabili alla sanzione penale mentre restano escluse da responsabile penale le persone giuridiche.
Il secondo e il terzo comma dell’art. 27 prevedono rispettivamente che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” e che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso dell’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Affinché un comportamento possa essere ritenuto illecito e integrare fattispecie di reato occorre che sia contrario alle norme dell’Ordinamento Giuridico. Ma non basta. Per aversi reato occorre il verificarsi delle seguenti circostanze: comportamento volontario del soggetto attivo (autore del reato), sussistenza dell’elemento psicologico (dolo o colpa), nesso di causalità (lega il comportamento attivo del soggetto che agisce al verificarsi dell’evento lesivo) e insussistenza di determinate condizioni che potrebbero determinare la modifica del comportamento da illecito a lecito (le cd. cause scriminanti in presenza delle quali viene meno il contrasto tra un fatto conforme ad una fattispecie incriminatrice e l’intero ordinamento giuridico).
A seconda del comportamento del soggetto agente, si possono distinguere i reati commissivi (l’evento si verifica per un comportamento attivo e volontario del soggetto agente che provoca una lesione a un bene tutelato giuridicamente) e i reati omissivi (il danno si concretizza a seguito di una condotta omissiva del soggetto agente). Per quest’ultima ipotesi, va detto che l’Ordinamento, tra le sue regole generali, impone a chi si trova in determinate situazioni, di agire in un determinato modo. Ai sensi di quanto dispone il secondo comma dell’art. 40 c.p. “non impedire un evento, che si aveva l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.
Il soggetto attivo del reato quindi commette reato per omissione quando si trova in una di quelle situazioni (stabilite dall’Ordinamento) e, con il suo comportamento, contravviene a tali disposizioni e, dalla sua condotta, subisce una lesione un bene giuridicamente tutelato. La sua omissione integra quindi reato e determina l’applicazione di una sanzione penale.
I reati di omissione a loro volta si distinguono in propri (o di pura condotta e consistono nel mancato compimento dell’azione comandata, per la cui sussistenza non occorre il verificarsi di alcun evento materiale) e impropri (o commissivo mediante omissione e consistono nel mancato impedimento di un evento materiale che si aveva l’obbligo di impedire.
I reati possono poi essere distinti in comuni o propri. I primi possono essere commessi indifferentemente da qualunque soggetto mentre i secondi sono riferiti a specifiche persone che rivestono una determinata qualifica (es. pubblico ufficiale nei reati contro la PA). In quest’ultimo tipo di reati vi è dunque una stretta connessione tra il fatto compiuto e la qualità rivestita dal soggetto che lo pone in essere.
A seconda che il bene tutelato giuridicamente sia leso o semplicemente offeso, l’offesa del soggetto attivo può assumere due forme: lesione o messa in pericolo. Sulla base di tale distinzione è poi possibile distingue ulteriormente due tipi di reati: di danno (è necessario che il bene sia stato distrutto e/o danneggiato) e di pericolo (per la sussistenza del reato basta solo che il bene sia stato solo minacciato).
Infine, a seconda della pena prevista dall’Ordinamento, i reati si distinguono in delitti (reati puniti con le pene dell’ergastolo, della reclusione e della multa) e contravvenzioni (reati puniti con le pene dell’arresto o dell’ammenda).

 

ELEMENTI DEL REATO Nella struttura del reato si distinguono due specie di elementi: essenziali (indispensabili per l’esistenza del reato) e accidentali (la cui presenza non influisce sulla esistenza del reato ma solo sull’entità della pena. Sono le cd. circostanze attenuanti e aggravanti).
Tra gli elementi essenziali troviamo: elemento oggettivo (fatto materiale) e elemento soggettivo (dolo e/o colpa).
Il primo è costituito dalla condotta umana, dall’evento naturalistico e dal rapporto di causalità che lega la condotta all’evento mentre il secondo è costituito dall’atteggiamento psicologico del soggetto agente richiesto dall’Ordinamento per la commissione di un reato (dolo, colpa e preterintenzione).
Per condotta umana si intende l’azione o omissione posta in essere dal soggetto agente. Per azione si intende qualsiasi movimento dell’uomo che determini la modifica della realtà esterna mentre per omissione il non porre in essere una determinata azione che per legge si aveva l’obbligo di compiere.
Per la sussistenza del reato occorre inoltre la sussistenza del nesso psichico intercorrente tra il soggetto attivo e l’evento lesivo. Il verificarsi di un singolo atto deve quindi necessariamente imputarsi alla volontà del soggetto agente.
L’elemento soggettivo (richiamato anche dall’art. 27 della Costituzione) può assumere la forma del dolo o della colpa ed è considerato criterio principale per la commisurazione della pena.
Il primo comma dell’art. 42 c.p. “Responsabilità per dolo o per colpa o per delitto preterintenzionale. Responsabilità obiettiva stabilisce che “nessuno può essere punito per una azione od omissione preveduta dalla legge come reato, se non l’ha commessa con coscienza e volontà” (nesso psichico).
Ecco in dettaglio i tre elementi del reato: Il doloLa colpaLa preterintenzione.

 

Dolo: il primo comma dell’articolo 43 c.p. “Elemento psicologico del reato” stabilisce che il delitto “è doloso, o secondo le intenzioni, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione”.
Contrariamente a quanto previsto dall’Ordinamento per la colpa e per la preterintenzione (sono punibili solo nei casi espressamente previsti dalla legge), il dolo è l’elemento costitutivo del fatto illecito ed è la forma più grave in cui quest’ultimo può realizzarsi. Il reato è quindi doloso quando il soggetto agente ha piena coscienza e volontà delle proprie azioni (piena consapevolezza dello stesso).
Il dolo può essere:
- diretto o intenzionale (è la più grave forma di dolo e si verifica quando il soggetto agente assume un comportamento voluto) e indiretto (quando da parte del soggetto agente vi è la consapevolezza che il proprio comportamento potrebbe sfociare in un fatto illecito);
- generico (è il cd. dolo tipico e si ha quando l’agente vuole realizzare la condotta tipica incriminata dalla norma, es. omicidio) e specifico (si ha quando alla previsione e alla volontà si aggiunge il perseguimento di un fine ulteriore, es. arricchimento in caso di furto);
- di danno (il soggetto agente provoca un danno a un bene tutelato giuridicamente) e di pericolo (il soggetto ha l’intenzione di danneggiare o minacciare il bene protetto dalla norma);
- iniziale (il dolo sussiste solo nel momento iniziale della condotta criminosa), concomitante (il dolo persiste anche durante lo svolgimento della condotta criminosa) e successivo (il dolo si manifesta solo dopo il compimento di una certa condotta non dolosa).
A seconda dell’intensità, del dolo si può distinguere la premeditazione o reato di proposito (si verifica quando il colpevole cura nei minimi particolari i dettagli dell’esecuzione del reato) e il reato da impeto (si verifica quando la decisione di commettere un reato è del tutto improvvisa);

 

ELEMENTI DEL REATO Colpa: il terzo comma dell’art. 43 c.p. stabilisce che “è colposo o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia o per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”.
Il soggetto attivo commette un reato non perché aveva la volontà di provocalo ma perché non ha utilizzato la dovuta e richiesta diligenza.
La colpa può essere:
- generica (deriva da imprudenza, negligenza o imperizia) o specifica (deriva dall’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline ovvero di norme che impongono determinate cautele);
- propria (l’evento non è voluto dall’agente), impropria (l’evento è voluto dall’agente ma non tanto da farlo rientrare nell’ipotesi del dolo), incosciente (manca la volontà di cagionare un evento e la previsione dello stesso), cosciente (manca la volontà ma non anche la previsione), professionale (riguarda attività professionali di per sé pericolose ma che l’Ordinamento consente e autorizza nel loro svolgimento in quanto produttive di risultati ritenuti socialmente utili).
L’evento è quindi posto a carico del soggetto solo sulla base del rapporto di causalità che lega la sua azione all’evento. In tali ipotesi non è ravvisabile né la colpa né il dolo.
Per il reato preterintenzionale, la legge prevede una sanzione penale più tenue rispetto a quella prevista per l’omicidio doloso ma comunque più grave rispetto a quella prevista per il reato colposo.

 

ELEMENTI DEL REATO Colpa: il terzo comma dell’art. 43 c.p. stabilisce che “è colposo o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia o per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”.
Il soggetto attivo commette un reato non perché aveva la volontà di provocalo ma perché non ha utilizzato la dovuta e richiesta diligenza.
La colpa può essere:
- generica (deriva da imprudenza, negligenza o imperizia) o specifica (deriva dall’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline ovvero di norme che impongono determinate cautele);
- propria (l’evento non è voluto dall’agente), impropria (l’evento è voluto dall’agente ma non tanto da farlo rientrare nell’ipotesi del dolo), incosciente (manca la volontà di cagionare un evento e la previsione dello stesso), cosciente (manca la volontà ma non anche la previsione), professionale (riguarda attività professionali di per sé pericolose ma che l’Ordinamento consente e autorizza nel loro svolgimento in quanto produttive di risultati ritenuti socialmente utili).
L’evento è quindi posto a carico del soggetto solo sulla base del rapporto di causalità che lega la sua azione all’evento. In tali ipotesi non è ravvisabile né la colpa né il dolo.
Per il reato preterintenzionale, la legge prevede una sanzione penale più tenue rispetto a quella prevista per l’omicidio doloso ma comunque più grave rispetto a quella prevista per il reato colposo.

 

CAUSE DI ESCLUSIONE DEL REATO (scriminanti):
Le cause di esclusione del reato sono tassativamente individuate dalla legge ed escludono l’antigiuridicità di una condotta che, in loro assenza sarebbe penalmente rilevante e sanzionabile. Sono situazioni normativamente previste in presenza delle quali viene meno il contrasto tra un fatto conforme ad una fattispecie incriminatrice e l’intero ordinamento giuridico.
In presenza di tali circostanze, infatti, una condotta (altrimenti dalla legge punibile), diviene lecita e ciò in quanto una norma, desumibile dall’intero ordinamento giuridico, la ammette e/o la impone.
Le cause di giustificazione sono desumibili dall’intero Ordinamento giuridico e, pertanto, la loro efficacia non è limitata al solo diritto penale ma si estende a tutti i rami del diritto (civile e amministrativo).
In presenza di cause di giustificazione, l’Ordinamento, in ossequio al principio di non contraddizione, riconosce meritevoli di tutela altri interessi che possono essere prevalenti, mancanti o equivalenti rispetto a quelli tutelati dalla norma violata (a cui dovrebbe discendere l’applicazione di una sanzione).
Le scriminanti possono essere:
- comuni (sono previste nella parte generale del codice e hanno una portata generalissima) e speciali (previste dalla parte speciale o in leggi speciali e si applicano solo a specifiche figure di illecito penale e non ad altre);
- codificate (ovvero quelle previste dagli artt. 50-54 c.p.) e non codificate o tacite (sono quelle cause che non sono state espressamente previste dall’Ordinamento e la cui applicazione, richiede un procedimento analogico). La questione dell’interpretazione ha fatto nascere in dottrina ampia discussione in merito alla loro efficacia giacché in sede penale (art. 14 delle preleggi) è fatto divieto di applicazione analogica delle norme penali. La maggior parte della dottrina giunge però a ritenere la liceità dell’applicazione di cause non codificate e ciò in quanto le cause di giustificazione non rientrano nei casi in cui l’interpretazione analogica è vietata. E’ infatti pacifico che le scriminanti non sono norme penali in senso stretto ma delle semplici norme generali. Tra le cause non codificate si trovano: l’attività medico – chirurgica (per le lesioni provocate ai pazienti inevitabilmente durante gli interventi) e l’attività sportiva violenta (per le lesioni che involontariamente gli atleti si provocano durante le competizioni sportive).
Le cause codificate di esclusione del reato previste dalla legge sono:

  • consenso dell’avente diritto (art. 50 c.p.): “Non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto, col consenso della persona che può validamente disporne”. Il consenso del titolare del diritto esclude quindi l’illeceità del fatto. In base alla norma il consenso deve avere ad oggetto un diritto disponibile (sono indisponibili tutti gli interessi che fanno capo allo Stato, agli Enti Pubblici e alla famiglia), deve essere prestato dal soggetto titolare del diritto che sia capace di prestarlo (e che lo presti validamente) e deve sussistere al momento del fatto (il consenso infatti è sempre revocabile). Per quanto attiene al bene dell’integrità fisica, la portata della scriminante va determinata assumendo quale parametro di riferimento, l’art. 5 c.c..
  • esercizio di un diritto e adempimento di un dovere (art. 51 c.p.): “l’esercizio di un diritto […] esclude la punibilità”. Chi agisce quindi nell’esercizio di un suo diritto, resta immune da colpa anche se commette reato. La norma prevede poi che “l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica Autorità, esclude la punibilità”. Secondo la norma quindi non commette reato neanche chi pone in essere una condotta (considerata criminosa dal codice penale), in adempimento di un suo preciso dovere. Secondo tale disposizione quindi, l’agente non commette reato quando non ha alcuna facoltà di scelta e deve porre in essere la condotta “criminosa” in adempimento di un preciso obbligo impartitogli. Del fatto risponderà eventualmente il superiore gerarchico. La norma tende a far prevalere la tutela dell’interesse di chi agisce esercitando un diritto/dovere rispetto alla tutela degli interessi eventualmente configgenti.
  • legittima difesa (art. 52 c.p.) “non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”. Questa scriminante rappresenta un residuo di autotutela che l’Ordinamento riconosce al cittadino nei soli in casi in cui l’intervento dell’Autorità non può risultare tempestivo. Affinché la condotta non venga punita occorre che vi sia un pericolo attuale (per sé stessi o anche per altri) derivante da un’aggressione ingiusta posta in essere da un terzo e che non vi siano altri modi per evitarla. In questi casi l’Ordinamento riconosce al soggetto che ha agito una forma di tutela autorizzandolo a reagire nei confronti dell’aggressione con un’azione che normalmente è considerata reato dal Codice Penale. L’azione deve quindi essere necessaria e proporzionata all’offesa. L’Ordinamento precisa che per aggressione si intende qualsiasi offesa di un diritto (personale e/o patrimoniale), ingiusta (contraria al diritto) che si concretizzi in un pericolo attuale. La reazione deve poi essere necessaria (non deve essere possibile un’altra forma alternativa di reazione che sia meno dannosa per l’aggressore) e proporzionata all’offesa (secondo la dottrina più recente la proporzione deve sussistere tra il male minacciato e quello che verrebbe inflitto).
    Nel 2006 all’art.52 è stato aggiunto un secondo comma: “Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:
    a) la propria o altrui incolumità;
    b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.
    La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale”.
  • uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.): “non è punibile il pubblico ufficiale che, al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, fa uso ovvero ordina di far uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica, quando vi è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità, e comunque di impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona”. Tale scriminante ha natura sussidiaria e si applica solo quando non può trovare applicazione la legittima difesa e l’adempimento di un dovere. Per poter beneficiare della scriminante occorre essere un Pubblico Ufficiale.
  • stato di necessità (art. 54 c.p.): “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo. La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall’altrui minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l’ha costretta a commetterlo”. In presenza di un pericolo attuale di un grave danno alla persona, il soggetto interessato può compiere, in danno di un terzo, un fatto previsto dalla legge come reato. Ai fini della esclusione del reato, occorre che tale comportamento sia necessario per salvarsi, che sia proporzionato al pericolo e che non sia stato posto in essere e/o provocato dal soggetto agente. Si differenzia dalla legittima difesa per il bene tutelato (solo diritti personali) e per il fatto che il danno non viene provocato all’aggressore ma a un soggetto terzo incolpevole. L’articolo 2045 c.c. “stato di necessità” stabilisce che “quando chi ha compiuto un fatto dannoso vi è stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, e il pericolo non è stato da lui volontariamente causato né era altrimenti evitabile, al danneggiato è dovuta un’indennità, la cui misura è rimessa all’equo apprezzamento del giudice”. Il primo comma prevede anche la fattispecie del cd. soccorso di necessità che ricorre quando l’azione lesiva di un interesse protetto proviene non dal soggetto minacciato ma da un terzo soccorritore.
  • eccesso colposo (art. 55 c.p.): “quando nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli artt. 51, 52, 53 e 54, si eccedono colposamente limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’autorità ovvero imposti dalla necessità, si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”. Si verifica quando sussistono i presupposti di fatto di una causa di giustificazione ma l’agente, per colpa ne travalica i limiti. Si distingue dall’errore colposo (art. 59 c.p.) in quanto in quest’ultima situazione, la scriminante non esiste nella realtà ma soltanto nella mente del soggetto agente mentre nell’eccesso colposo, la scriminante esiste ma il soggetto, colposamente, ne supera i limiti.

Le cause di giustificazione (o esimenti) vanno distinte dalle cause di esclusione della colpevolezza (o scusanti) e dalle cause di non punibilità in senso stretto.
Le cause di giustificazione, infatti, escludono l’antigiuridicità del fatto e rende inapplicabile la sanzione (es. legittima difesa). Tali cause vengono applicate a tutti coloro che hanno preso parte alla realizzazione del fatto.
Le cause di esclusione della colpevolezza, invece, lasciano integra l’antigiuridicità o la illiceità oggettiva del fatto e fanno venir meno solo la possibilità di muovere un rimprovero al soggetto agente. Rientrano in tali cause tutte quelle situazioni in cui il soggetto agente commette un reato in quanto costretto da pressioni psicologiche che gli coartano la volontà. Il soggetto agisce quindi in difetto del richiesto elemento soggettivo. Proprio per tale ragione, tali circostanze operano solo se conosciute dal soggetto e, poiché lasciano integra l’illeceità del fatto, operano solo a vantaggio del soggetto agente e non possono essere applicabili ad altri eventuali soggetti che hanno contribuito alla realizzazione del fatto.
Le cause di esenzione da pena invece consistono in circostanze che lasciano sussistere sia l’antigiuridicità sia la colpevolezza. La ragione dell’esistenza di tali cause va ricercata nelle ragioni di opportunità circa la necessità o la meritevolezza di pena, avuto anche riguardo all’esigenza di salvaguardare contro-interessi che risulterebbero altrimenti lesi, da un’applicazione della pena nel caso concreto. Anche tali circostanze non possono essere applicate ai correi.

 

CAUSE SOGGETTIVE DI ESCLUSIONE DEL REATO:
Sono cause in presenza delle quali viene meno la colpevolezza (elemento soggettivo) del reato.
Le cd. scusanti possono essere distinte in quelle che:

  1. determinano l’esclusione del nesso psichico:
  • incoscienza indipendente da volontà: il soggetto pone in essere una condotta criminosa trovandosi in uno stato di incoscienza;
  • caso fortuito o forza maggiore (art. 45 c.p.): “non è punibile chi ha commesso il fatto per caso fortuito o per forza maggiore”. Nel primo caso (caso fortuito) non sempre esclude l’esistenza dell’azione e si verifica quando il fatto (evento lesivo) deriva dall’incrocio tra un accadimento naturale e la condotta umana. Nel secondo (forza maggiore) invece la volontà del soggetto viene sempre annullata giacché lo stesso viene costretto da una forza esterna a se stesso che, per il suo potere superiore, inevitabilmente, lo obbliga (contro la sua volontà) a compiere l’azione incriminata dall’Ordinamento;
  • costringimento fisico (art. 46 c.p.): ”non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto, mediante violenza fisica, alla quale non poteva resistere o comunque sottrarsi. In tal caso, del fatto commesso dalla persona costretta risponde l’autore della violenza”. E’ la tipica ipotesi di forza maggiore in cui la forza esterna è determinata dalla violenza fisica di un altro soggetto. Il reato quindi non viene commesso da chi agisce materialmente ma da chi ha posto in essere la costrizione.

B) determinano la mancanza di dolo e colpa:
- caso fortuito (art. 45 c.p.): si verifica quando un evento dannoso si realizza a causa di un comportamento dell’agente posto in essere senza la sua volontà né da lui causato per imprudenza e/o diligenza (es. ferito da una terza persona che muore dopo il ricovero a causa di un incendio fortuitamente scoppiato in ospedale). Il caso fortuito non esclude l’esistenza dell’azione ma impedisce che l’agente possa essere chiamato a rispondere dell’evento cagionato con il concorso di fattori che esulano dall’ordine normale delle cose;
- errore sul fatto costituente reato (art. 47 c.p.): “l’errore sul fatto che costituisce il reato esclude la punibilità dell’agente. Nondimeno, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo. L’errore sul fatto che costituisce un determinato reato non esclude la punibilità per un reato diverso. L’errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la punibilità quando ha cagionato un errore sul fatto che costituisce reato”. L’errore sul fatto si ha quindi quando il soggetto che agisce ha un’errata percezione della realtà nel senso che il soggetto è convinto do porre in essere un fatto concreto diverso da quello vietato dalla norma penale. Per essere rilevante l’errore deve essere essenziale (cadere cioè su uno o più elementi essenziali richiesti per la sussistenza del reato) e scusabile (al soggetto non deve essergli mosso alcun rimprovero).

 

REATO CONSUMATO E REATO TENTATO
Per reato perfetto si intende il reato consumato ovvero quello progettato dall’agente e dallo stesso portato a termine (es. omicidio che si consuma con la morte del soggetto passivo).
L’art. 56 c.p. “Delitto tentato” prevede accanto al delitto consumato, anche una tipica ipotesi in cui la condotta criminosa, pur posta in essere validamente da parte dell’agente non determina il risultato sperato. Si tratta del cd. delitto tentato e si realizza sia quando la condotta criminosa dell’agente non è stata portata a termine (tentativo incompiuto) sia quando la condotta, pur essendo stata portata a termine, non ha ottenuto il risultato sperato dall’agente (tentativo compiuto). Esempio del primo caso è il ladro che sorpreso mentre ruba scappa senza portare con sé la refurtiva mentre del secondo è il caso di Tizio che spara contro Sempronio per ucciderlo; il proiettile colpisce Sempronio ma non lo uccide. La distinzione tra compiuto e incompiuto si basa su un criterio di valutazione ex post.
In particolare, il primo comma dell’art. 56 c.p. stabilisce che “chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica”.
Al delitto tentato viene applicata una pena inferiore rispetto a quella prevista per il reato perfetto (quello consumato) e ciò in quanto, sotto l’aspetto sostanziale, si è in presenza di un reato perfetto.
Caratteristiche del delitto tentato sono dunque: idoneità ed univocità degli atti posti in essere dall’agente. L’azione posta in essere dal soggetto attivo deve essere idonea a realizzare il reato voluto dall’agente. E’ una valutazione da effettuarsi in concreto (cd. criterio della prognosi postuma).
La punizione del delitto tentato trova giustificazione nell’intento dell’Ordinamento di prevenire l’esposizione a pericolo dei beni giuridicamente protetti
Il terzo e quarto comma dell’art. 54 c.p. disciplinano le ipotesi della desistenza volontaria e del recesso attivo. In particolare, al terzo comma è stabilito che “se il colpevole volontariamente desiste dall’azione, soggiace soltanto alla pena per gli atti compiuti, qualora questi costituiscano per sé un reato diverso” mentre al quarto comma è stabilito che “se volontariamente impedisce l’evento, soggiace alla pena stabilita per il delitto tentato, diminuita di un terzo”.
Le due figure vengono distinte in base a un criterio ex post che prende in considerazione l’esaurimento o meno dell’azione esecutiva posta in essere dal soggetto agente.
Sulla base di tale criterio, si ha la desistenza quando il soggetto agente non ha portato a termine l’azione criminosa che pertanto viene dallo stesso interrotta di sua spontanea volontà.
Si ha invece recesso attivo tutte le volte in cui l’azione è compiutamente realizzata ma il soggetto attivo riesce ad impedire il verificarsi dell’evento lesivo.
Per essere efficaci sia la desistenza che il pentimento operoso debbono rivestire il carattere della volontarietà.

 

CIRCOSTANZE DEL REATO ATTENUANTI E AGGRAVANTI
Si tratta di circostanze (elementi accidentali) che di per sé non sono indispensabili per la sussistenza del reato (che di per sé, nella sua struttura, è perfetto) e la cui presenza determina una modificazione della pena generandone un aggravamento e/o una riduzione.
Tali circostanze hanno la funzione di ridurre il divario tra l’astrattezza della norma di reato e la varietà delle situazioni in cui la condotta incriminata viene posta in essere.
A seconda della presenza o meno di tali circostanze, il reato può essere semplice o circostanziato.
Le circostanze si dividono in:
- attenuanti (determinano una minore gravità del reato comportando una diminuzione della pena), e aggravanti (determinano una maggiore gravità del reato e, conseguentemente, un aumento della pena);
- comuni (si trovano nella parte generale del Codice Penale e sono applicabili a tutti i tipi di reato) e speciali (sono applicabili solo a determinate fattispecie di reato es. 576 e 625 c.p.);
- intrinseche (riguardano la condotta illecita) ed estrinseche (sono estranee all’esecuzione e/o consumazione del reato e riguardano i cd. fatti successivi);
- a efficacia comune (determinano un aumento o una diminuzione della pena fino a 1/3) e a efficacia speciale (possono comportare a seconda dei casi, a) l’applicazione di una pena diversa da quella prevista dal Codice penale per il reato non circostanziato; b) la determinazione di una pena in maniera indipendente da quella ordinaria del reato; c) l’applicazione di un aumento e/o diminuzione della pena superiore a 1/3 della pena base);
- oggettive (riguardano la natura, l’oggetto, il tempo, il luogo dell’azione, nonché la gravità del danno o del pericolo e le condizioni e qualità personali della persona dell’offeso) e soggettive (riguardano le condizioni o qualità personali del colpevole, l’intensità del dolo o il grado della colpa e i rapporti tra agente e soggetto passivo del reato).
Quest’ultima distinzione assume rilevanza soprattutto in ambito di concorso di persone con riferimento al problema della loro applicabilità a tutti i correi.
L’articolo 61 c.p. “circostanze aggravanti comuni” prevede 11 aggravanti e sono:
- aver agito per motivi abietti o futili: è abietto il motivo turpe, ignobile, che rivela nell’agente un tale grado di perversità, da destare un profondo senso di ripugnanza in ogni persona di media moralità. Il motivo è futile allorché sussista una notevole sproporzione tra il movente e l’azione delittuosa. Tale circostanza non è compatibile con l’attenuante della provocazione e con il vizio parziale di mente;
- aver commesso il reato per eseguirne un altro o occultarne un altro ovvero conseguire o assicurare a sé o ad altri il prodotto o il profitto o il prezzo ovvero la impunità di un altro reato: ha natura soggettiva e si giustifica sulla base della maggiore pericolosità evidenziata dal soggetto agente;
- avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell’evento: è la tipica ipotesi di colpa cosciente o con previsione;
- avere adoperato sevizie o l’aver agito con crudeltà verso le persone: sulla base di quanto disposto dalla giurisprudenza, per sevizie si intendono le inflizioni corporali non necessarie alla realizzazione del reato mentre per crudeltà si intendono le inflizioni morali che oltrepassano il limite del normale sentimento di umanità e che appaiono superflue rispetto ai mezzi necessari per l’esecuzione del reato;
- aver profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolarne la pubblica o privata difesa: ha natura oggettiva e presuppone che la consapevolezza da parte del soggetto agente, della situazione di vulnerabilità in cui versa il soggetto passivo;
- aver il colpevole commesso il reato durante il tempo in cui si è sottratto volontariamente alla esecuzione di un mandato o di un ordine di arresto o di carcerazione, spedito per un precedente reato: ha natura soggettivo ed è generalmente meglio conosciuta con il termine di latitanza e la giustificazione dell’esistenza della circostanza deve essere ricercata nella accentuata volontà di ribellione da parte del reo che si manifesta nel fatto di commettere un nuovo reato dopo essersi sottratto al potere coercitivo dello Stato;
- avere, nei delitti contro il patrimonio, o che comunque offendono il patrimonio, ovvero dei delitti determinati da motivi di lucro, cagionato alla persona offesa dal reato un danno patrimoniale di rilevante gravità; la circostanza ha natura oggettiva.
- aver aggravato o tentato di aggravare le conseguenze del delitto commesso: si tratta di una condotta autonoma rispetto a quella che dà vita al reato. Occorre che ci sia la volontà del reo di aggravare l’evento;
- aver commesso il fatto con abuso di poteri, o con violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione o a un pubblico servizio, ovvero alla qualità di ministro di un culto: ha natura soggettiva e per la sussistenza della circostanza è necessario che la qualifica abbia in qualche modo agevolato l’esecuzione del reato. L’aggravante non può trovare applicazione se il reato non è doloso. Si applica solo se la effettivamente conosciuta e voluta;
- aver commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona incaricata di un pubblico servizio, o rivestita della qualità di ministro del culto cattolico o di un culto ammesso nello Stato, ovvero contro un agente diplomatico o consolare di uno Stato estero, nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni o del servizio: la circostanza ha natura oggettiva e prevede una tutela per determinati soggetti e ciò in considerazione dello speciale ruolo rivestito;
- aver commesso il fatto con abuso di autorità o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di relazione di ufficio, di prestazione d’opera, di coabitazione o di ospitalità: ha natura soggettiva e consiste nel fatto di aver commesso un reato abusando della fiducia del soggetto passivo. Ai fini dell’applicazione della circostanza, la relazione deve ritenersi presunta e non va di volta in volta provata.
A norma dell’art. 1 DL. 625/79, è prevista un ulteriore aggravante comune per tutti i reati dolosi ovvero quella di aver commesso il fatto per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico.
Il successivo articolo 62 c.p. “circostanze attenuanti comuni” prevede 6 attenuanti e sono:
- aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale: ha nauta soggettiva e il movente deve essere apprezzabile alla stregua degli atteggiamenti etico – sociali prevalenti;
- aver agito in stato d’ira, determinato da un fatto ingiusto altrui: ha natura soggettiva ed è meglio conosciuta come attenuante della provocazione. La circostanza è caratterizzata dall’esistenza del carattere soggettivo (stato d’ira) e da quello oggettivo (fatto ingiusto ovvero contrario alle norme dell’Ordinamento e dall’insieme delle regole sociali vigenti nel contesto sociale di riferimento);
- aver agito per suggestione di una folla in tumulto, quando non si tratta di riunioni o assembramenti vietati dalla legge o dall’Autorità e il colpevole non è delinquente o contravventore abituale o professionale o delinquente per tendenza: ha natura soggettiva. La circostanza risente dell’influsso esercitato da determinate concezioni psicologiche dell’epoca positivistica;
- aver, nei delitti contro il patrimonio, o che comunque offendono il patrimonio, cagionato alla persona offesa dal reato un danno patrimoniale di speciale tenuità, ovvero, nei delitti determinati da motivi di lucro, l’aver agito per conseguire o l’avere comunque conseguito un lucro di speciale tenuità, quando anche l’evento dannoso o pericoloso sia di speciale tenuità: ha natura oggettiva ed è stata in parte modificata dalla L. 19/1990;
- essere concorso a determinare l’evento, insieme con l’azione o l’omissione del colpevole, il fatto doloso della persona offesa: ha natura oggettiva. La circostanza prevede due elementi: uno materiale (inserimento dell’azione dell’offeso nella serie delle cause che determinano l’evento) e uno psichico (volontà di concorrere alla produzione dell’evento medesimo);
- aver, prima del giudizio, riparato interamente il danno, mediante il risarcimento di esso, e, quando sia possibile, mediante le restituzioni; o l’essersi, prima del giudizio e fuori del caso preveduto nell’ultimo capoverso dell’art. 56, adoperato spontaneamente ed efficacemente per elidere o attenuare le conseguenze dannose o pericolose del reato: ha natura soggettiva e prevede due diverse ipotesi accomunate dalla circostanza del ravvedimento del reo successivamente alla commissione del reato e comunque prima dell’inizio del giudizio.

Circostanze attenuanti generiche (art. 62 bis c.p.):
L. 288/1944 ha introdotto l’art. 62 bis c.p. che, nel 2005 è stato sostituito dalla L. 251 (meglio conosciuta come Legge Cirielli) con la attuale disposizione.
Il primo comma di detto articolo, stabilisce che “il giudice, indipendentemente dalle circostanze previste nell’articolo 62, può prendere in considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione della pena. Esse sono considerate in ogni caso, ai fini dell’applicazione di questo capo, coma una sola circostanza, la quale può anche concorrere con una o più delle circostanze indicate nel predetto articolo 62”.
La legge Cirielli ha quindi previsto l’applicabilità delle attenuanti generiche (ovvero delle circostanze diverse da quelle previste dall’art. 62 del c.p.) nel caso in cui il Giudice le ritenga tali da giustificare una diminuzione della pena. Tra gli elementi a disposizione del Giudice ai fini della valutazione vi è la gravità del reato, la capacità di delinquere del reo ecc.

Valutazione delle circostanze:
Nella vecchia formulazione dell’art. 59 c.p. “Circostanze non conosciute o erroneamente supposte” (rimasta in vigore fino al 1990) le circostanze venivano attribuite in base a un criterio obiettivo per cui esse, sostanzialmente, venivano riconosciute e ciò a prescindere dall’effettiva conoscenza (o meno) del soggetto agente e se il soggetto si rappresentava per errore come esistente una circostanza, questa non veniva valutata né a suo carico né a suo favore.
Si trattava di una disciplina rigida che prevedeva l’applicazione di tali circostanze per il solo fatto di esistere.
Nel 1990 poi è entrata in vigore la Legge 7 febbraio 1990 n. 19 “Modifiche in tema di circostanze, sospensione condizionale e destituzione dei pubblici dipendenti” che ha riformulato (modificandolo) l’art. 59 del c.p. e ha stabilito che “le circostanze che aggravano la pena sono valutate a carico dell’agente soltanto se da lui conosciute ovvero ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa”.
Il legislatore ha quindi previsto un nuovo criterio di imputazione delle circostanze, più precisamente per quelle aggravanti, che da oggettivo è stato modificato in soggettivo. Pertanto, perché tali circostanze possano essere riconosciute, occorre un coefficiente soggettivo rispettivamente costituito o dallo loro effettiva conoscenza o dallo loro colpevole ignoranza.
Inalterata è invece rimasta la disciplina per l’applicazione delle circostanze attenuanti (imputazione obiettiva).
Pertanto l’applicazione delle circostanze aggravanti dipende dall’effettiva conoscenza delle stesse da parte del reo al momento della commissione del reato (o comunque dal fatto che le stesse sono state ignorate per colpa o per errore determinato da colpa) mentre l’applicazione delle circostanze attenuanti non dipende dall’effettiva conoscenza del soggetto.
La modifica introdotta trova ispirazione al principio (tutelato dalla Costituzione) della colpevolezza e per la soggettività della responsabilità penale.
Una disciplina particolare è prevista per l’ipotesi di errore sulla persona offesa da un reato.
Il primo comma dell’articolo 60 c.p. “Errore sulla persona dell’offeso” stabilisce infatti che “nel caso di errore sulla persona offesa da un reato, non sono poste a carico dell’agente le circostanze aggravanti, che riguardano le condizioni o qualità della persona offesa, o i rapporti tra offeso e colpevole” e al secondo comma “sono invece valutate a suo favore le circostanze attenuanti, erroneamente supposte, che concernono le condizioni, le qualità o i rapporti predetti”.
Il tipico caso è quello di un uomo che convinto di uccidere il suo nemico, per un errore di percezione, uccide un uomo che in realtà è il padre. Di certo l’uomo risponderà di omicidio semplice ma non certo di parricidio giacché per la contestazione di tale tipo di reato occorre la effettiva consapevolezza da parte del soggetto agente di uccidere il proprio padre.

Concorso di circostanze aggravanti e attenuanti:
L’articolo 63 c.p. “applicazione degli aumenti o delle diminuzioni di pena” stabilisce le modalità di aumento e/o diminuzione della pena nel caso in cui in un medesimo contesto del reato si verificano più circostanze attenuanti e aggravanti. In particolare, il Codice prevede che se le circostanze sono omogenee (ovvero tutte aggravanti e/o tutte attenuanti), si verifica un aumento o una diminuzione della pena quante sono le circostanze concorrenti.
Per converso, se le circostanze sono eterogenee (contemporaneamente aggravanti e attenuanti), si deve procedere a un giudizio di comparazione tra tutte, secondo il libero apprezzamento del Giudice. Si potrà quindi giungere a un giudizio di prevalenza delle circostanze aggravanti e/o di quelle attenuanti o comunque a un giudizio di equivalenza per cui si procede al reciproco annullamento e alla semplice applicazione della pena base prevista dal Codice penale per quelle fattispecie di reato.
La disciplina del concorso omogeneo si distingue poi a seconda che le circostanze siano ad efficacia comune e/o ad efficacia speciale.
Nel primo caso (efficacia comune), l’art. 63, 2° co. c.p. stabilisce che “se concorrono più circostanze aggravanti, ovvero più circostanze attenuanti, l’aumento o la diminuzione di pena si opera sulla quantità di essa risultante dall’aumento o dalla diminuzione precedente”. Nella fattispecie occorre però far salvo quanto disposto dall’articolo 66 c.p. che stabilisce “se concorrono più circostanze aggravanti, la pena da applicare per effetto degli aumenti non può superare il triplo del massimo stabilito dalla legge per il reato […] né comunque eccedere: 1) gli anni trenta, se si tratta della reclusione; 2) gli anni cinque, se si tratta dell’arresto; […]”.
Per quanto attiene al concorso di circostanze attenuanti, l’art. 67 c.p. stabilisce che la pena da applicare non può essere inferiore a dieci anni se la pena prevista per il delitto è l’ergastolo mentre negli altri casi non può essere inferiore a un quarto.
Nel secondo caso (efficacia speciale), l’art. 63, 4° co. c.p. stabilisce che “se concorrono più circostanze aggravanti tra quelle indicate nel secondo capoverso di questo articolo, si applica soltanto la pena stabilita per la circostanza più grave; ma il giudice può aumentarla”.

 

CONCORSO DI PERSONE NEL REATO
L’istituto del concorso di persone nel reato si riferisce alle ipotesi in cui la commissione di un reato sia addebitabile a più soggetti.
Il concorso è disciplinato dall’art. 110 c.p. che testualmente recita: “quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita”.
I requisiti strutturali del concorso sono: pluralità di soggetti agenti (per aversi concorso sono sufficienti anche solo 2 persone), realizzazione di un fatto illecito, partecipazione di ciascun concorrente alla determinazione dell’evento, elemento soggettivo (non si limita alla coscienza e volontà del fatto criminoso, ma comprende anche la consapevolezza che il reato viene commesso con altre persone).
Affinché possa essere inquadrata la fattispecie del concorso, occorre la partecipazione di tutti i correi alla realizzazione del fatto illecito e il contributo causale di ciascuno deve estrinsecarsi in una condotta materiale esteriore.
Per quanto attiene al requisito della realizzazione dell’illecito va detto che in rispetto al principio di materialità ed offensività che ispirano il nostro Codice Penale, l’art. 115 stabilisce che qualora due o più persone si accordino allo scopo di commettere un reato, e questo non sia commesso, nessuna di esse è punibile per il solo fatto della sussistenza dell’accordo. La sussistenza di quest’ultima circostanza può al massimo comportare l’applicazione di misure di sicurezza.
Il concorso può essere:
- materiale (il correo interviene personalmente nella serie di atti che danno vita all’elemento materiale del reato) o morale (il correo dà un impulso psicologico alla realizzazione di un reato che materialmente viene commesso da altre persone);
- eventuale (quando il reato può indifferentemente essere commesso da un singolo soggetto o da una pluralità di persone) o necessario (quanto la realizzazione del reato richiede necessariamente una pluralità di persone es. la rissa, la corruzione ecc.).
L’Ordinamento è chiaro sul punto: per tutti i concorrenti verrà applicata la pena prevista per il reato commesso e ciò a prescindere dal singolo apporto contributivo di ciascuno nella determinazione dell’illecito. Agli articoli 112 e 114 il codice penale si ammette la possibilità per il Giudice di procedere a una graduazione delle pene a seconda del singolo apporto contributivo dei concorrenti della determinazione del reato mediante l’applicazione di circostanze attenuanti e aggravanti.
E’ quindi previsto un aumento di pena per i promotori e per gli organizzatori del reato, per quanti abbiano determinato a commettere il reato a un incapace (o minore degli anni 18) o a una persona sottoposta alla propria autorità. Una diminuzione di pena è invece prevista per i concorrenti che abbiano avuto una minima partecipazione al reato, ai minori degli anni 18 e agli infermi di mente.

Concorso anomalo:
Si verifica quando uno dei partecipanti all’esecuzione di un reato, commette un fatto diverso da quello realmente voluto (o un altro oltre quello voluto dai concorrenti). L’articolo 116 c.p. (cd. aberratio delicti) disciplina tale ipotesi e stabilisce che “qualora il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne risponde, se l’evento è conseguenza della sua azione o omissione. Se il reato commesso è più grave di quello voluto, la pena è diminuita riguardo a chi volle il reato meno grave”.
L’Ordinamento prevede quindi che il concorrente risponde del reato ancorché non voluto, se, anche lui, con il suo comportamento, ha determinato il verificarsi dello stesso reato. Se quindi il reato si è realizzato anche mediante il suo apporto contributivo, il concorrente risponderà del fatto commesso e ciò anche se voleva un reato diverso. Il concorrente risponde anche se il reato che lui ha contribuito ha realizzare, è la logica e prevedibile conseguenza di un reato preventivamente programmato.
La fattispecie prevista dall’art. 116 sembra prevedere un’ipotesi di responsabilità oggettiva. Sul punto la Corte Costituzionale (Sentenza 13.5.1965 n. 42) ha precisato che “il reato diverso più grave commesso dal concorrente” deve potere “rappresentarsi alla psiche dell’agente, nell’ordinario svolgersi e concatenarsi dei fatti umani, come uno sviluppo logicamente prevedibile di quello voluto“.
Il successivo articolo 117 del c.p. stabilisce poi che “se per le condizioni o le qualità personali del colpevole o per i rapporti fra il colpevole e l’offeso, muta il titolo del reato per taluno di coloro che vi sono concorsi, anche gli altri rispondono dello stesso reato […]”.
Se quindi il reato viene commesso in concorso da una persona qualificata e da altre non qualificate, è prevista una conseguenza unitaria per cui anche in presenza di un reato proprio (es. appropriazione indebita) che viene commesso in concorso da un pubblico ufficiale e da un soggetto normale, anche per quest’ultimo troverà applicazione la sanzione prevista per il peculato (appropriazione indebita posta in essere da un pubblico ufficiale). In tali ipotesi, però il Codice prevede che per i soggetti non qualificati possa essere disposta una riduzione della pena prevista per il reato commesso.

L’agente provocatore è una figura presa in considerazione nel Codice penale che lo definisce la persona che induce e/o collabora con altre persone a commettere reati al solo scopo di assicurare alla giustizia i colpevoli. L’agente provocatore (es. agente di polizia infiltrato) va esente da pena solo se questi, sapendo che determinate persone stanno per commettere un reato, provoca un’occasione per scoprirli. L’Ordinamento prevede la non punibilità di tali persone per il solo fatto della mancanza del dolo. E’ invece punito l’agente che induce taluno a porre in essere un comportamento illecito prima inesistente nella sua volontà. Secondo la Cassazione, la liceità della condotta del confidente agente provocatore sussiste solo se l’attività di questi si limita a un’osservazione e/o controllo e contenimento delle azioni illecite che devono essere esclusivamente opera altrui. Il Codice prevede tale figura per l’acquisto simulato di droga (T.U. 309/1990) e di materiale pornografico (L. 269/1998), per il compimento di operazioni di polizia finalizzate alla lotta contro il terrorismo (L. 374/2001 e successive modifiche e/o integrazioni) ecc.

 

CONCORSO DI REATI
Si verifica quando in una condotta criminosa posta in essere dal soggetto agente, confluiscono più norme incriminatrici.
La fattispecie può dare quindi luogo a un concorso di reati e/o a un concorso apparente di norme.
Il concorso di reati si distingue in:
a) materiale (i vari reati sono commessi dal reo con più azioni e/o omissioni). Il concorso materiale può essere omogeneo (più violazioni di una stessa norma) o eterogeneo (più violazioni di norme diverse).
b) formale (i vari reati sono commessi dal reo con una sola azione e/o omissione). Il concorso formale può poi essere distinto in eterogeneo (con una sola azione e/o omissione il reo viola disposizioni di legge diverse) e omogeneo (con una sola azione e/o omissione, il reo viola una sola disposizione di legge).
Le diverse fattispecie determinano una distinzione nella pena da applicare.
Nel concorso materiale, infatti, si applicano tante pene quanto sono i reati commessi mentre in quello formale, si applica la pena prevista per il reato più grave aumentato fino al triplo (art. 81 c.p.).
Il concorso apparente di norme si verifica quando la medesima condotta criminosa risulta, solo in apparenza, riconducibile a più fattispecie di reato ma nella realtà ne integra una solo.
I presupposti della fattispecie sono: esistenza di una medesima situazione di fatto e convergenza di una pluralità di norme. I tre criteri individuati per identificare i casi di concorso sono: a) specialità, b) sussidiarietà e c) consunzione (o assorbimento).
I reati a struttura complessa sono quei reati composti da fatti che di per sé costituiscono già reato. Rientrano in questa fattispecie, il reato continuato, il reato abituale e il reato complesso prevista dall’art. 84 c.p.

 

Reato Continuato
Il reato continuato rappresenta una particolare ipotesi di concorso materiale trattato specificamente in quanto i vari fatti illeciti posti in essere dal reo, fanno parte tutti di un medesimo e unitario disegno criminoso.
Tale peculiarità comporta come conseguenza una minore severità in sede di applicazione della pena rispetto a quella che invece viene prevista per il concorso materiale e ciò in quanto la struttura del reato dimostra una minore riprovevolezza in capo all’agente.
L’articolo 81 del c.p. stabilisce che sussiste reato continuato quando un soggetto, con più di azioni e/o omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, commette (anche in tempi diversi) diverse violazioni della stessa norma o di diversa disposizione della legge penale.
Alla luce di tale norma i requisiti del reato sono: pluralità di azioni e/o omissioni, medesimo disegno criminoso, pluralità di violazioni della stessa norma o di diversa disposizione della legge penale.
Per quanto attiene al primo requisito occorre che ci sia una pluralità di condotte autonome che danno luogo ad altrettanti disegni criminosi. Occorre dunque che ogni singola violazione integri tutti gli estremi di quel singolo reato.
Il tempo in cui queste azioni possono essere commesse non rileva giacché tra un’azione e un’altra può intercorrere un notevole lasso di tempo senza per questo venir meno la fattispecie di reato.
La pluralità di azioni non va intesa solo ed esclusivamente in senso naturalistico e ciò in quanto le azioni debbono poter essere unificate all’interno di un’azione giuridicamente unitaria.
Per tale ragione il furto di più oggetti della stessa specie (es. furto di più auto in una stessa concessionaria) non può qualificarsi come reato continuato ma esclusivamente un unico reato di furto.
Per pluralità di violazioni, va detto che l’art. 81 c.p. ammette la configurabilità di tale tipo di reato anche in presenza della commissione di illeciti diversi e non ha rilevanza il fatto che gli stessi siano dotati di caratteri fondamentali comuni.
La caratteristica principale della fattispecie è però l’univocità del disegno criminoso. La teoria più accreditata vuole che l’univocità del disegno presupponga, oltre all’elemento intellettivo della rappresentazione anticipata, un ulteriore elemento finalistico costituito dall’unicità dello scopo. Il reo pone in essere diversi episodi illeciti tesi alla realizzazione di un unico scopo (progetto unitario).
Per il reato continuato l’Ordinamento prevede l’applicazione della pena prevista per il concorso formale di reati (ovvero pena prevista per il reato più grave con aumento fino a triplo). Il terzo comma dell’art. 81 c.p. stabilisce poi che “nei casi preveduti da quest’articolo, la pena non può essere superiore a quella che sarebbe applicabile a norma degli articoli precedenti”.
Infine, l’ultimo comma prevede che “[…] l’aumento della quantità di pena non può essere comunque inferiore a un terzo della pena stabilita per il reato più grave”.

 

Reato putativo e Reato impossibile

L’articolo 49 c.p. “reato supposto erroneamente e reato impossibile” stabilisce che “non è punibile chi commette un fatto non costituente reato, nella supposizione erronea che esso costituisca reato”.

La norma definisce quindi putativo il reato commesso dall’agente nella convinzione (determinata da errore di fatto o di diritto) che si tratti di reato. Il soggetto quindi commette un fatto lecito (ovvero non punito dall’Ordinamento) ma per errore, si trova nella convinzione che abbia violato una norma penale a cui la legge fa discendere l’applicazione di una sanzione.

Il reato putativo non è quindi punibile e ciò nel rispetto dei principi della legalità e della materialità che vigono all’interno dell’Ordinamento giuridico.

Il secondo comma dell’art. 49 c.p. (reato impossibile) stabilisce che “la punibilità è altresì esclusa quando, per la inidoneità dell’azione o per l’inesistenza dell’oggetto di essa, è impossibile l’evento dannoso o pericoloso”. Esempio classico è quello dell’utilizzo di una pistola giocattolo, o della sostanza non velenosa utilizzata per provocare il decesso di una persona: in questi casi non si può ipotizzare un tentativo inidoneo ma molto più semplicemente si è in presenza di un reato impossibile per inidoneità dell’azione (che comprende anche i mezzi di esecuzione della stessa).

Reato Permanente
Si tratta di un reato di creazione giurisprudenziale che si verifica quando l’offesa commessa dall’agente a un bene giuridico tutelato dall’Ordinamento giuridico, si protrae nel tempo per effetto di una sua condotta persistente e volontaria. Esempio di tale tipo di reato è il sequestro di persona.
Si tratta dunque di un reato di durata caratterizzato dal fatto che l’evento lesivo e la sua consumazione perdurano per un certo periodo di tempo.
Il reato si compone di due fasi: una fase iniziale in cui il soggetto agente pone in essere tutti i fatti perché si verifichi il fatto illecito (si può trattare di condotta omissiva e/o commissiva) poi vi è la fase della continuazione che, secondo la giurisprudenza prevalente, consiste nel persistere, da parte del soggetto agente, nella condotta (omissiva). Nel caso di sequestro, la fase della continuazione coincide con la persistenza della volontà del soggetto agente di negare la libertà all’ostaggio ecc.
Nei reati permanenti acquista rilevanza giuridica non solo la condotta criminosa del soggetto agente che realizza la lesione del bene ma anche e soprattutto quella successiva di mantenimento.
Tale reato cessa nel momento in cui il reo mette fine alla sua condotta volontaria di mantenimento dello stato antigiuridico.
I requisiti di tale fattispecie sono dunque: carattere continuativo del comportamento criminoso e la volontà e la persistenza della condotta dell’agente.
Il carattere della permanenza non è un elemento caratteristico di questa particolare figura di illecito (giacché il reato si perfeziona con il semplice verificarsi del primo evento) ma va a incidere sulla determinazione della pena.
Nel nostro Ordinamento penale sono previste diverse figure del reato permanente tra i quali:
- riduzione in schiavitù (art. 600 c.p.);
- plagio (art. 603 c.p.);
- sequestro di persona (art. 605 c.p.);
- indebita limitazione della libertà personale (art. 607 c.p.).
Non è pacifica in dottrina la distinzione fra il reato continuato e il reato permanente e la stessa distinzione normativa non è da tutti condivisa. La differenza consisterebbe infatti nella eventuale pluralità di azioni da considerarsi singolarmente reati ripetuti (reiterati), ovvero nella configurabilità di un reato unico, all’interno di un arco temporale rilevante durante il quale perduri una situazione di illecito.
Il sequestro di persona, ad esempio, è considerato un reato unico, la cui consumazione si compie operando nel tempo una serie di azioni tutte finalizzate alla commissione di quel delitto, di uno stesso disegno criminoso (reato continuato con pluralità di condotte).
Ipotesi di reato continuato è quello dell’evasione fiscale (evasore totale) e ciò in quanto la condotta illecita ha inizio dalla data di scadenza del pagamento dovuto e ha fine solo nel momento dell’effettivo pagamento).

 

Reato Abituale
Si definisce abituale il reato nel quale il comportamento criminoso viene prodotto dalla reiterazione (da parte del reo) nel tempo di più condotte identiche e omogenee (es. maltrattamenti in famiglia).
Nel reato abituale quindi la condotta deve essere necessariamente plurisussistente.
Il reato abituale può essere distinto in proprio (le singole condotte, considerate autonomamente, sono penalmente irrilevanti) e in improprio (le singole condotte, integrano di per sé reato e la reiterazione della condotta dà luogo a un’aggravante o ad una figura di reato più grave).
A seconda della natura e del momento consumativo del reato (durata dell’illecito) il reato può essere istantaneo, permanente, continuato, abituale o professionale.
Il reato abituale è un reato che si verifica solo in presenza di una condotta reiterata nel tempo da parte dello stesso autore, mediante più azioni identiche ed omogenee, come nel lenocinio o nel delitto di maltrattamenti in famiglia.

 

Reato aberrante
Il reato si definisce aberrante quando, a causa di un errore nell’esecuzione dello stesso, l’agente provoca un’offesa a un bene (tutelato giuridicamente), diverso da quello a cui voleva provocare il danno oppure quando l’agente pone in essere un reato diverso da quello realmente voluto.
L’art. 82 c.p. definisce poi la cd. aberratio ictus quando l’agente, per errore nell’esecuzione dei mezzi di esecuzione del reato o per altra causa, provoca un’offesa a un soggetto diverso da quello a cui voleva provocare danno.
La divergenza tra il voluto e il realizzato può dunque dipendere sia da un errore del soggetto agente che incide sul momento formativo della volontà sia da un errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato o da un errore dovuto ad altra causa.
In questi casi, l’Ordinamento prevede per il reo l’applicazione della stessa pena che gli sarebbe stata applicata se avesse provocato l’offesa alla persona da lui voluta.
Quando invece l’agente, per errore, provoca offesa oltre alla persona voluta anche ad altra persona, l’Ordinamento prevede l’applicazione della pena stabilita per il reato più grave aumentata fino alla metà.
L’art. 83 c.p. definisce l’aberratio delicti l’ipotesi in cui l’agente pone in essere un reato diverso da quello voluto per errore nella valutazione o per errore nei mezzi per l’esecuzione del reato.
Anche in questo caso, l’Ordinamento prevede che l’agente dovrà rispondere del fatto commesso anche se non voluto.