Il Reo

Il reo

  • Il reo
  • L’imputabilità
  • Il vizio di mente
  • Ubriachezza e stupefacenti
  • Sordomutismo
  • Tenuità del fatto
  • La recidiva

 

IL REO
Il reo è colui che ha commesso un fatto ritenuto illecito per la legge penale. Ed’ è attorno alla sua figura che si è elaborato il concetto dell’imputabilità. A proporiso del reo analaizzaremo in questa sezione i segueti argomenti:

Imputabilità
L’art. 85 c.p. stabilisce che “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile”. Al secondo comma poi precisa che “E’ imputabile chi ha la capacità di intendere e volere”.
La colpevolezza presuppone la sussistenza della capacità di intendere al volere del soggetto al momento della commissione del fatto illecito.
Conseguentemente, se il soggetto al momento del fatto non si trova in detta situazione, non potrà essere considerato imputabile (e quindi non gli si potrà applicare la sanzione penale) e ciò anche in presenza di un suo comportamento illecito.
Per capacità di intendere e volere si intende sia la capacità di ogni persona di rendersi conto del valore sociale del proprio comportamento e di valutarne le ripercussioni sugli altri (intendere) sia l’idoneità della persona a determinarsi in modo autonomo, resistendo agli impulsi che gli derivano dal mondo esterno (volere).
L’Ordinamento giuridico prevede alcune ipotesi che escludono o comunque diminuiscono la imputabilità. Non si tratta di un numero chiuso di cause nel senso che tale capacità potrebbe essere esclusa anche in presenza di cause non espressamente previste dal Codice.
Quelle previste dal nostro Ordinamento sono:
- minore d’età: gli artt. 97 e 98 c.p. prevedono rispettivamente che “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni” e che “è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, aveva compiuto i quattordici anni, ma non ancora i diciotto, se aveva capacità di intendere e volere; ma la pena è diminuita”.
La non punibilità è determinata dalla condizione di immaturità che caratterizza i soggetti minori;
- assenza di infermità mentale: art. 88 c.p. “Vizio totale di mente” che stabilisce che “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità d’intendere e volere”;
- assenza di altre cause che escludono la imputabilità: sordomutismo (art. 96 c.p.), cronica intossicazione alcolica (art. 95 c.p.) ecc.;

 

Vizio di mente:
L’art. 88 c.p. stabilisce che “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità d’intendere e volere”.
Il successivo articolo 89 prevede poi “chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità d’intendere e volere, risponde del reato commesso; ma la pena è diminuita”.
Non basta accertare l’esistenza di una malattia mentale per escludere l’imputabilità: occorre appurare in concreto caso per caso, se, e in quale misura, tale malattia abbia effettivamente compromesso la capacità del soggetto di intendere e volere.
Per infermità deve intendersi un concetto molto più ampio rispetto a quello di malattia giungendo a comprendere anche i disturbi psichici di carattere non strettamente patologico.
Rientra tra le infermità anche la malattia fisica (anche quelle a carattere transitorio) da cui derivi un vizio di mente.
Il vizio di mente è totale (art. 88 c.p.) se al momento della commissione del fatto, l’infermità è tale da escludere del tutto la capacità di intende e volere.
E’ invece parziale (art. 89 c.p.) se la capacità di intendere e volere non è esclusa ma solo diminuita in presenza di un vizio di mente
La pena è esclusa se l’infermità è totale mentre viene diminuita in caso di infermità parziale.
L’art. 90 c.p. stabilisce che “gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità”. La rilevanza scusante degli stati emotivi o passionali è comunque ammessa in presenza di due condizioni essenziali: a) lo stato di coinvolgimento emozionale si manifesti in una personalità già debole e b) lo stato emotivo o passionale assuma, per particolari caratteristiche, significato e valore di infermità, sia pure a carattere transitorio.

 

Ubriachezza e intossicazione da stupefacenti:
Per il fenomeno dell’etilismo e per quello dell’intossicazione da stupefacenti, l’Ordinamento prevede trattamenti diversi a seconda delle circostanze.
Il codice prevede l’esclusione dell’imputabilità se l’ubriachezza (o la intossicazione da sostanze stupefacenti) è dovuta a caso fortuito o forza maggiore (art. 91 c.p.).
Si tratta della cd. ubriachezza accidentale che si verifica ad esempio quando un lavoratore che presta la sua attività lavorativa in ambiente saturo di vapori alcolici e si ubriaca a causa di un guasto dell’impianto.
Se l’ubriachezza (o la intossicazione) ha solo diminuito (e non escluso) la capacità di intendere e volere del soggetto, la pena è solo diminuita (secondo comma dell’art. 91 c.p.).
Gli artt. 92 e 93 c.p. prevedono invece una disciplina più rigorosa per le ipotesi in cui ubriachezza (il primo) e la intossicazione da sostanze stupefacenti (il secondo) sia derivata da un fatto proprio e volontario del soggetto agente.
In tali ipotesi è quindi previsto che chi commette il fatto ne risponde come se fosse pienamente capace di intendere e volere. Non è quindi prevista né l’esclusione né tanto meno la diminuzione della imputabilità.
Il secondo comma dell’art. 92 c.p. prevede poi un aumento di pena se lo stato di ubriachezza è preordinato al fine di commettere un reato o di prepararsi una scusante. Si tratta di una ipotesi di actio libera in causa che non fa venir meno la colpevolezza.
L’art. 94 c.p. “ubriachezza abituale” stabilisce un aumento della pena nel caso in cui il reato viene commesso da un soggetto agente il cui stato di ubriachezza (o di intossicazione da stupefacenti) è abituale.
Per ubriaco abituale è da intendersi la persona dedita all’uso di bevande alcoliche che si trova in stato frequente di ubriachezza.
L’ubriachezza abituale e la intossicazione abituale di sostanze stupefacenti, non esclude o diminuisce l’imputabilità ma addirittura prevede un aumento della pena.
L’articolo 95 c.p. “cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti” stabilisce espressamente che “per i fatti commessi in stato di cronica intossicazione prodotta da alcool ovvero da sostanze stupefacenti, si applicano le disposizioni contenute negli artt. 88 e 89”.
La cronica intossicazione potrebbe giungere a far scemare fortemente la capacità di intendere e volere del soggetto agente. In tali ipotesi, secondo l’Ordinamento, il soggetto non sarebbe imputabile.

 

Sordomutismo:
L’art. 96 c.p. stabilisce che non è imputabile il sordomuto che nel momento in cui ha commesso il fatto non aveva, per causa della sua infermità, la capacità di intendere e volere. Difatti, secondo il codice, la mancanza di parola di udito pregiudica la capacità di autodeterminazione responsabile dell’individuo. La capacità deve essere valutata caso per caso.
Se a causa della sua infermità tale capacità era solo scemata (ma non esclusa), la pena è solo diminuita.
Sulla base di quanto disposto dall’art. 1 della L. 95/2006 “Nuova disciplina in favore dei minorati auditivi”, con la quale si è stabilita la sostituzione del termine sordomuto con l’espressione sordo, la previsione di cui all’art. 96 c.p. troverà applicazione anche in favore di quanti sono affetti dalla sola sordità o dal solo mutismo.
Generalmente, la letteratura scientifica, distingue tra sordomutismo congenito (o precocemente acquisito) e sordomutismo tardivamente acquisito la cui insorgenza è successiva all’apprendimento del linguaggio che potrebbe lasciare integro il patrimonio linguistico acquisito. La norma. Nello specifico, non fa alcuna distinzione e la giurisprudenza è concorde nel ritenere che l’art. 96 c.p. si riferisca ai sordomuti dalla nascita o comunque dalla prima infanzia.
Tenuità del fatto:
Il DPR 448/1988, ha introdotto una nuova causa di non punibilità derivante dall’irrilevanza del fatto. L’art. 27 del DPR stabilisce che “durante le indagini preliminari, se risulta la tenuità del fatto e la occasionalità del comportamento, il pubblico ministero chiede al giudice sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto quando l’ulteriore corso del procedimento pregiudica le esigenze educative del minorenne”.

 

Tenuità del fatto:
Il DPR 448/1988, ha introdotto una nuova causa di non punibilità derivante dall’irrilevanza del fatto. L’art. 27 del DPR stabilisce che “durante le indagini preliminari, se risulta la tenuità del fatto e la occasionalità del comportamento, il pubblico ministero chiede al giudice sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto quando l’ulteriore corso del procedimento pregiudica le esigenze educative del minorenne”.

 

Recidiva:
L’articolo 99 c.p. prende in considerazione una delle circostanze legate alla persona del colpevole. La norma prevede la cd. recidiva ovvero il fatto che il reo “dopo essere stato condannato per un delitto non colposo, ne commette un altro […]”.
Per la recidiva, il Codice prevede un aumento della pena in quanto tale circostanza evidenzia un possibile nesso con concetto di capacità a delinquere (art. 133 c.p.).
L’articolo 99 c.p. prevede tre ipotesi di recidiva:
1) semplice (art. 99 primo comma c.p.) quando, il reo, dopo una condanna irrevocabile per un reato ne commette un altro. Il Codice prevede un aumento di pena fino a un sesto della sanzione da infliggere per il nuovo reato;
2) aggravata (art. 101 c.p.) quando in nuovo reato commesso dal reo è della stessa indole di quello precedente (recidiva specifica), quando è stato commesso entro cinque anni dalla condanna precedente (infraquinquennale) o se è stato realizzato durante o dopo l’esecuzione della pena o nel tempo in cui il condannato si sottrae volontariamente all’esecuzione della pena stessa. Il Codice prevede un aumento di pena fino a un terzo e, aumento fino alla metà, se concorrono più circostanze;
3) reiterata (art. 99 quarto comma c.p.) quando il nuovo reato è commesso da chi è già recidivo. In questi casi, l’Ordinamento, prevede l’applicazione di un aumento della pena fino alla metà se si tratta di recidiva semplice o fino a due terzi se si tratta di recidiva aggravata specifica o infraquienquennale e da uno a due terzi se commesso durante o dopo l’esecuzione della pena o nel tempo in cui il condannato si è sottratto volontariamente alla giustizia.
Molte modifiche sono state apportate all’articolo 99 del codice penale. In particolare, dopo la L. 251/2005 (cd. Legge ex Cirielli) si è introdotto nell’Ordinamento una rigorosa risposta sanzionatoria a carico di chi ricade nel crimine.